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domenica 11 gennaio 2009

Verzino kr-Il convento dei domenicani di Verzino

Il convento dei domenicani di Verzino, diocesi di Cerenzia, sorgeva nel luogo detto "Il Campo", poco distante dal palazzo baronale. La località è così descritta a metà Settecento: "La terra di Verzino sta situata in Provincia di Calabria Citra, edificata sopra di uno spazioso risalto di pietra tufo, avanti del quale nell’andarvi vi è un bel largo piano denominato il Campo con fontana diruta nel mezzo… nel principio del quale, ed immediatamente sopra del medesimo si trova edificato il palazzo baronale".


La Fondazione


Dopo che l’università nel 1537 con parlamento pubblico aveva dato il suo assenso, il 30 agosto 1543 il convento di Santa Maria della Grazia della terra di Verzino fu approvato dal priore e dai canonici della chiesa di San Giovanni in Laterano di Roma e per loro da Fra Giovanni Soldato di Squillace. Era provinciale dell’ordine dei predicatori della Provincia di Calabria Fra Girolamo di Monteleone1.

In conseguenza di tali atti il convento riscuoteva ancora a metà Seicento ogni anno scudi 20 sul dazio della carne e del pesce e cinque tomoli di grano, quest’ultimi come aiuto per la fabbrica del convento, concessi dall’università di Verzino, e versava alla chiesa di San Giovanni in Laterano due libre di cera bianca lavorata.

Il convento all’inizio del Seicento

Poche le notizie sul piccolo convento durante il Cinquecento. Esso non aveva grandi proprietà ed era abitato da due o tre frati.
Nelle relazioni ed in una lettera, datata Verzino 20 gennaio 1622, inviate alla Santa Sede dal vescovo delle due diocesi unite di Cerenzia e Cariati, Maurizio Ricci (1619 – 1626), così è descritto: vi è "un convento di frati di San Domenico qual sta a un tiro di balestra fuor della terra sudetta… ha una chiesa assai buona et bella, et la fabrica sua consiste in un braccio solo di fabrica, nel quale vi saranno sei stanziotte piccole et una sacrestia un puoco più grande ad alto; et a bascio vi saranno altre tante, che servono per cocina, cantina et stalla, con una cisterna avanti. Altra fabrica non vi è. Tiene d’entrata detto convento da circa ottanta docati un anno per l’altro, et vi sta solamente un frate con un terzino, il quale non solo non apporta utile a quest’anime (perché non confessa, non sermoneggia, ne predica) ma danno et ruina grande, perche fuggono la chiesa Matrice, dove s’insegna la dottrina christiana, si sermoneggia et se fanno l’altre funtioni pertinenti alla cura; et vanno a sentire la messa del detto frate, il quale la dice puoco prima della messa cantata della chiesa matrice. Per il che ne nasce questo inconveniente, che qui et in tutti luochi della diocese dove sono questi conventini ne figlioli, ne giovani, ne vecchi et così anco le donne sanno ne pater noster, ne ave maria, ne credo, et con tutta la diligenza usata, non ho potuto ridurli ad andare alla dottrina chrisriata, et non ho potuto trovar altro remedio, che inter missar. solemniu. Far che il curato dichi qualche cosa sopra la dottrina christiana, ma indarno". Dalla lettura traspare il conflitto esistente tra la chiesa locale ed il piccolo e povero convento. Un solo frate riesce ad attrarre ed ad accogliere la maggior parte dei fedeli, i quali "fuggono" la chiesa principale e ne disertano le funzioni sacre e la dottrina cristiana, preferendo invece sentire la messa del frate, il quale è accusato di concorrenza sleale, infatti, come per un dispetto, "la dice puoco prima della messa cantata della chiesa matrice". Il vescovo Ricci, in verità, aveva trovato un benefattore, che donava alcuni beni stabili con una sostanziosa rendita con la condizione che fosse eretto un seminario a Verzino e si utilizzasse per tale scopo gli edifici del convento domenicano. Egli premeva perciò i suoi superiori, perché si sopprimesse il convento domenicano di Verzino. Trasferendo ed unendo i suoi beni a quelli del convento domenicano di Cerenzia, che possedeva poche rendite e vi era un solo frate, quest’ultimo avrebbe potuto ospitare una comunità più numerosa di frati. In quanto poi al convento domenicano di Verzino, aggiungeva, la sua trasformazione in seminario non avrebbe causato nessun danno in quanto al momento "non serve per altro, se non che alle volte passa qualche forastiero, et non sapendo dove alloggiare, se ne va al detto convento, quando però il frate vuol fare la carità"

A metà Seicento

Bisognerà attendere la metà del secolo per avere notizie più dettagliate sul convento, questa volta dagli stessi frati. L’otto marzo 1650, il frate Santo di Campana, vicario, ed il frate Girolamo Verso di Bisignano, lettore, in esecuzione della Costituzione di Innocenzo X, compilavano la relazione sullo stato del convento. Da essa si apprende che la struttura del convento era rimasta immutata, mentre risultavano più che raddoppiate le entrate.
La chiesa era lunga palmi 90 e larga 40 con un coro quadrato di palmi 42 di lato. Tredici stanze, parte sopra e parte sotto, formavano il convento, abitato di solito da due o tre frati, un laico ed un oblato. Al momento vi erano i frati Santo di Campana (vicario) e Girolamo Verso di Bisignano, il laico Marco Salerno di Castelvetere e l’oblato Gio. Domenico Tosto di Caloveto. Il convento era circondato da mura al di là delle quali si estendeva una "possessione" con numerosi alberi da frutto, di cui usufruivano gli stessi frati. I quali possedevano circa duecento tomolate di terre, tra seminative e boscose, solo in parte coltivate per la mancanza di coloni. Dal loro affitto di solito venivano 25 tomoli di grano, che rappresentavano solo il 12% delle entrate. Maggiori cespiti in denaro davano i censi che i frati esigevano da terreni , case e cappelle (circa il 30%) ed ancor di più le elemosine in grano, vino, olio e latticini (circa il 40%). Seguiva l’entrata del dazio sulla carne e sul pesce, concessa a suo tempo ai frati dall’università (10%), l’affitto delle fronde dei gelsi, delle castagne e degli erbaggi (5%) e da ultimo le "processioni de morti, litanie, messe et altre opere pie" (3%). Il tutto formava in media un introito annuo di poco più di 205 scudi romani. Le spese se ne andavano per più della metà per vitto e vestiario, quasi un quarto per i lavori di restauro e di riparo del convento ed il resto per le contribuzioni (alla chiesa di San Giovanni in Laterano, alla mensa vescovile, alla corte principale di Cariati, al padre ed al Capitolo provinciale), per le spese di culto ( cera, incenso, olio per le lampade ecc.) e per le suppellettili di casa. Complessivamente ad una spesa media annua, calcolata negli ultimi sei anni, di circa 105 scudi corrispondeva un’entrata di circa 205 scudi, con un attivo quindi di quasi 100 scudi. L’attivo era reso più evidente dal fatto che gli estensori, evidentemente nel tentativo di sfuggire alla chiusura, avevano calcolato le spese di vitto solo per un frate, mentre nella relazione ne figuravano quattro.

Chiusura, riapertura, soppressione.

In esecuzione della Costituzione di Innocenzo X il 24 ottobre 1652 veniva emanato l’elenco dei piccoli conventi domenicani da chiudere e tra questi vi era anche quello di Verzino4. Non passerà tuttavia molto tempo che esso riaprirà, anche se sarà soggetto alla giurisdizione ed alla visita vescovile. Così si esprime in una sua relazione il vescovo Geronimo Barzellino (1664 - 1688) : Nelle due diocesi ci sono solamente quattro piccoli conventi maschili, dei quali tre sia per le poche rendite o per non aver sei religiosi , sono sotto la mia giurisdizione, il rimanente pur avendo sei religiosi, ma non di matura e provata vita, come richiesto dalla bolla di Innocenzo X, è anch’esso soggetto all’ordinario5. Il monastero rimase più o meno nella stessa maniera ed abitato da due o tre frati per tutto il Settecento. All’inizio del Settecento, tra il 1726 ed il 1729, ospitò il cosentino Domenico Longo, conoscitore di varie lingue, erudito nelle sacre scritture e valente predicatore6. All’atto di soppressione, avvenuta ai primi dell’Ottocento durante il Decennio francese, ospitava solo un sacerdote ed un laico7. Soppresso il convento rimase la piccola chiesa che, come si legge in un recente scritto di Pericle Maone, è stata anni fa restaurata, "perdendo le cappelle laterali e tutto quanto potesse ricordare i tempi andati. Sul suo frontespizio è rimasto unico retaggio, uno stemma: un leone affrontato ad un albero che sembra una quercia".

Il convento in una descrizione di metà Settecento

Nell’apprezzo della terra di Verzino compilato nel 1760 dall’Ing. tavolario Giuseppe Pollio troviamo una descrizione dettagliata del convento. "Vi è nella med. Terra un convento de’ PP. Domenicani, che trovasi sito nel piano detto il Campo poco distante dal Palazzo Baronale; tiene la sua porta verso detto largo per cui si entra in un picciolo coverto, in testa del quale vi è la Congregazione de’ laici sotto il titolo della Beata Vergine del Rosario, consistente d’un bel comodo Vaso col pavimento di mattoni, covertura di tavole liscie dipinte con tetto al di sopra, nei lati vi sono i sedili con spalliere di tavole per i fratelli in tempo tengono Congregazione, ed in testa vi è l’altare ben ordinato con suo quadro, e cona dipinta, questa congregazione viene mantenuta colle mesate, che pagano i fratelli, e sorelle laici, con quali non solamente la forniscono di tutt’i suppellettili necessari, ma eziandio vi sostengono la messa ne’ giorni festivi, ed anco de’ suffragi per i fratelli e sorelle defunti, essendovi il jus della sepoltura. Si esce poi dal cennato piccolo coverto da man sinistra nel chiostro ben grande tutto scoverto, ma rustico con cisterna nel mezzo, a man destra di esso, vi è un vacuo per magazzino, nell’angolo di detto lato vi è grada di fabbrica nuova fatta, accosto essa vi è porta, che per grada di fabbrica con quattro scalini si cala nell’officina della cucina, refettorio, e cantina. Salendo per la cennata grada nuova mediante dieci gradi si ascende al primo ballaturo, a destra vi è porta, d’onde si passa in un corridoro antico col pavimento di mattoni, e covertura di tavole liscie, lateralmente vi sono cinque celle, il camerino per li comuni, ed a sinistra vi è luogo dove stan situate due campane, indi siegue la grada, e dal cennato ballatoro con 14 gradi s’impiana nell’altro piano nuovo consistente di un corridoro astricato nel suolo, con covertura di tavole liscie, ed il tutto coverto al di sopra con tetti. Vi sono quattro stanze per comodo de’ PP. Con tutto il bisognevole, essendovi alligato un poco di giardino, ed ortolizio, che li sta alle spalle, e questo serve per uso dell’istesso convento. La chiesa poicché trovasi accosto, e laterale al descritto chiostro tiene parimenti la porta verso il cennato spiazzo detto il Campo esposta a tramontana, per la quale si entra in una nave ben grande col pavimento lastricato, e covertura di tavole liscie dipinte, con tetto al di sopra. In testa della nave vi è l’Altare mag. col quadro della B. Vergine del Rosario, con due altari laterali. A sinistra dell’entrare in faccia al muro vi sono cinque cappelle, la prima, che ave il suo fondato sotto il titolo della B. Vergine del Rosario, ch’è antica. La seconda sotto il titolo di S. Vincenzo Ferreri, essendovi la sua statua. La terza sotto il titolo di S. Domenico. La quarta sotto il titolo della Vergine SS. della Concezione de’ Paesani detta di suor Orsola della città di Napoli, ch’è cappella gentilizia del mag.co Antonio Giuranda, dotata di alcune possessioni, della di cui rendita se ne celebrano tante messe, quanto ne sono capienti alla ragione di grana dieci l’una, e la quinta, che parimenti ave il suo fondato con ferriato avanti, sotto il titolo di S. Giuseppe, è gentilizia del Duca di detta terra di Verzino, avendoci la propria sepoltura, ma di niuna rendita è dotata. Nel lato destro vi sono altre cinque cappelle, delle quali la prima entrando sotto il titolo della Circoncisione del Signore. La seconda sotto il titolo di S. Rosa ius patronato di Alessio Izzolino, di cui è propria la sepoltura. La terza sotto il titolo del SS. Sagramento della famiglia Tibaldi. La quarta parimenti sotto il titolo della Beata V. del Rosario; e la quinta del SS. Crocifisso anco gentilizia di don Antonio Giuranda, e delle due cennate cappelle laterali all’Altare Maggiore quella in cornu evangeli ha il titolo di S. Giacinto, e quella in cornu epistole di S. Maria del Campo gentilizia della casa Magari. Tutte dette cappelle hanno i di loro quadri con suppellettili, e dietro l’altare maggiore predetto vi è la sacrestia con stipi, e banconi, dove li RR. PP. Conservano tutti li vasi, vesti, ed ornamenti necessari, che bisognano al buon culto, e mantenimento di detta chiesa. Al presente il convento predetto sostiene tre PP. Sacerdoti, un laico, ed un figliuolo per la cucina, con 5 garzoni per loro servizio, e del convento predetto.La sua entrata ascende ad annui ducati 400 in circa, che si compongono di varii stabili, e censi tanto ordinarii, quanto estraordinari, e con essi deve soddisfare i pesi così del vitto necessario per detti PP., come della celegrazione di 21 messe il mese, d’annui ducati 12 di bonatenenza, e le spese per le feste del SS. Rosario e S. Vincenzo Ferreri,facendo essi anche la processione. In detta chiesa dicesi il rosario da’ cittadini, e v’intervengono assistiti da detti PP. 3 giorni di ogni settimana, oltre il farsi tutte quelle annuali funzioni, che la Santa Chiesa precetta".


martedì 16 dicembre 2008

La via dell'emigrazione

Una volta debellato il brigantaggio, fra il 1870 e il 1880, fu attuato un vasto programma di lavori pubblici durante il quale i nostri antenati conobbero anni di relativo benessere. In detto periodo fu iniziata la strada Verzino-Savelli.L’Italia unita, non aveva saputo risolvere con larghezza di vedute il problema vitalissimo delle terre, il nuovo Governo aveva preferito, purtroppo, ignorarlo. “Quando i nostri contadini, i cui orizzonti con le strade, con le scuole, con il servizio militare si erano allargati, si resero conto che il Governo, nel quale avevano posto tante speranze, non aveva la minima volontà di alleviare la loro secolare miseria, decisero di cercare altrove il loro pane.” I lavori pubblici erano finiti e tornava la miseria. E “quando la miseria è tanta, o brigante o emigrante”. Non si poteva tornare indietro col brigantaggio, inizia l’emigrazione.E i nostri antenati, lasciata ogni speranza di poter avere soddisfazione attraverso la distribuzione dei beni demaniali che venivano invece venduti e comprati quindi dai ricchi che avevano il denaro disponibile, cercavano nell’emigrazione l’unica possibilità di vivere.Il flusso migratorio, iniziato sul finire dell’800, si indirizza prevalentemente, per una serie di circostanze sfortunate, verso il Sud America. Fu, quindi, un’emigrazione di poveri verso paesi poveri che molto non potevano offrire.Solo dopo il 1960 l’emigrazione si orienta verso il nord Italia, in Svizzera, nei paesi del M.E.C.Il fenomeno migratorio, pur rappresentando una grave perdita, in quanto a partire erano gli elementi migliori, ebbe pure i suoi lati positivi. Spesso il contadino, dopo alcuni anni, ritornava al paese natio e con il gruzzolo guadagnato a prezzo di stenti e di sacrifici, acquistava questo o quel terreno vicino al paese. Diventava così un piccolo proprietario e vedeva realizzarsi un suo lontano sogno.http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

lunedì 15 dicembre 2008

Secondo brigantaggio

Come reazione alle leggi dello Stato Unitario si sviluppa il secondo brigantaggio che, se pur non sanguinoso come il primo, funesterà a lungo le nostre contrade. Dopo decenni di lotte contadine, di lutti, di rovine, di privazioni, di speranze, si tornava come prima. I nostri antenati, durante questo lungo periodo, si erano opposti senza avere una tinta politica, ai dominatori di turno, a volte guidati, come abbiamo visto, da nobili figure di sacerdoti che pagarono con la vita il loro gesto. “Innalzavano la bandiera del bisogno, di quello quotidiano e di quello futuro, anche se accanto a questa bandiera ideale, a seconda dei tempi, agitavano ora il tricolore francese, ora il bianco vessillo borbonico o ancora la bandiera sabauda; in queste insegne, di volta in volta, ponevano le speranze di un riscatto economico e di un avvenire migliore”.Ma lo Stato Unitario rispondeva con una repressione spietata del brigantaggio, impiegando in vere azioni di guerra l’esercito regolare.Per dare un’idea del vasto impiego di forze dispiegate riportiamo un episodio che vide come protagonista uno dei tanti briganti, un certo Domenico Straface detto Palma, quello che alle Vigne di Verzino, per farsi una bevuta aveva bucato con un colpo di pistola la botte del Cavaliere Fazio. Questi, nella notte del 21 novembre del 1868, nei pressi di Casabona, riesce a sfuggire ad un accerchiamento di ben 273 uomini. Sarà tradito, qualche tempo dopo, da un amico mentre gli faceva la barba e la sua testa sarà consegnata al colonnello Milon che non era mai riuscito a catturarlo. Ci vorrà il 1876 per distruggere definitivamente il brigantaggio.http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

1084 dal Regio Fisco sotto il Casato dei Barberio-Toscano

Il nuovo Barone si rivelò un uomo malvagio e soprattutto rapace, degno continuatore della stirpe dei famosi “lupi” che dissanguarono i nostri più lontani antenati. Spinto dalla cupidigia di acquistare il feudo, piano che gli riuscì nel 1804, non mancò, come Regio Conduttore prima e come barone poi, di rendere dura la vita ai coloni che già avevano perduto, a seguito dei diversi passaggi di amministrazione, molti diritti sui terreni feudali: di pascolo, delle acque, di allignamento ecc.Mentre i Borboni, per quanto fiscali, lasciavano vivere, il nuovo padrone si abbandonò ad ogni sorta di iniquità e di violenze che alimentavano le sofferenze degli abitanti del feudo e finirono per determinarne la ribellione. Incominciarono a protestare apertamente e nel 1796, quando Napoleone si affacciava in Italia, si mandò una delegazione a Napoli per rappresentare al re le misere condizioni di vita delle nostre popolazioni. A guidarla troviamo la figura di un coraggioso assertore dei diritti popolari, il sacerdote don Vincenzo Arcuri di Savelli all’epoca casale di Verzino, persona dotta e stimata da tutti per la sua condotta esemplare. La protesta irritò non poco il feudatario, che si vendicò in maniera spietata sul povero sacerdote. Fattolo catturare dai suoi scherani, venne esposto ad un feroce martirio.Si racconta che, fatti piantare due grossi pali per terra, ve ne fece legare un terzo di traverso, ad uso delle “Forche Caudine”. Cavalcò il povero sacerdote su un mulo con mani legate dietro la schiena e piedi legati sotto la pancia dell’animale. Dopo di che la bestia veniva sollecitata a passare sotto il giogo. Il povero sacerdote, ricevendo l’asse trasversale nello stomaco e non potendolo evitare, ebbe spezzata la schiena. Morì dopo lunga agonia. Altro episodio rivelatore dell’efferatezza e della mancanza di ogni spirito di carità nell’animo del feudatario è il seguente. In quegli anni, quando per le pessime annate agrarie la gente si nutriva di erbe raccolte nei campi, di focacce di lupini e di castagne, questo scellerato Nicola Barberio Toscano vendeva le sue riserve di grano ai Crotonesi per migliaia di tomoli.... La nobile figura del sacerdote Arcuri cadeva nel marzo del 1796; bisogna arrivare al 1812 per chiudere il lungo e sanguinoso elenco di vittime divise fra filo-borbonici e filo-francesi le quali, mescolando odi familiari e interessi privati, pagavano con atroci delitti un largo contributo di sangue alle lotte dei tempi, col miraggio di poter disporre, con l’applicazione della Legge eversiva della feudalità, di un pezzo di terra per sopravvivere.Cadono nella lunga lotta, durata ben 17 anni, cittadini, artigiani, sacerdoti, funzionari, molte donne. Questo sconvolgente periodo storico viene ricordato negli scritti degli storici come Primo brigantaggio in riferimento al Secondo che si riaccende dopo l’Unità d’Italia (1861).Il Congresso di Vienna e la conseguente restaurazione borbonica riportano il problema dell’occupazione delle terre allo stato precedente. Anche la ventata rivoluzionaria del 1848 viene intesa più che in senso politico-nazionale in senso economico-sociale. Per le nostre popolazioni era sempre vivo il problema delle terre e i moti rivoluzionari offrivano un’occasione favorevole per riprendere l’occupazione arbitraria delle terre già iniziata nel 1806 a seguito della Legge eversiva della feudalità. Il disordine, l’anarchia feudale, furono tali in quel periodo che ancora oggi si ricordano nel popolo con un senso di umorismo. Ne conseva memoria l’espressione “ è successo u quarantottu” cui si ricorre ancora oggi in presenza di situazioni confuse. Tra i tanti episodi significativi, eccone due che riguardano più da vicino le nostre zone. “... un tale Marco Marasco, detto “Marcuvisc”, contadino di Savelli, approfittando della situazione confusa, pensò bene di rendersi padrone della mandria del signor Giuseppe Maria Oriolo di Verzino. Portatosi a Camastrea, fugò i pastori che custodivano il numeroso gregge e lo guidò verso contrada Pino Grande, terreno comunale... Soddisfatto poi dell’opera compiuta, adunò attorno a sé i suoi numerosi figlioli e con lacrime di gioia disse loro: - Vi ho procurato la ricchezza, se ve la sapete mantenere, è vostra -. I figli, purtroppo, non seppero, né potettero far tesoro del poco saggio ammonimento paterno poiché, ristabilitosi l’ordine, la mandria tornò al legittimo proprietario”.L’altro episodio accaduto nel vicino Marchesato di Crotone lo leggiamo in G. B. Maone “... il 15 luglio del 1848 vengono sottratte al barone Baracco 15 mila pecore, in gran parte merinos, mille vacche, 600 animali cavallini, 600 bovi d’aratro, capre e porci..., vengono depredate perfino le scuderie con gli stalloni di razza, provocando un danno di oltre 200 mila ducati”.Si torna ancora a sperare con l’arrivo dei Mille, allorquando Garibaldi, il 30 agosto del 1860, proclamava da Rogliano l’uso gratuito del pascolo e della semina delle terre demaniali. Ma il proclama, il successivo 5 settembre, veniva revocato. Gli avvenimenti del 1860, del 1861 (proclamazione del Regno d’Italia) e degli anni successivi, “confondono nuovamente le idee ai nostri antenati, i quali, contemporaneamente, diventano briganti contro i Piemontesi, Guardie nazionali e Squadriglieri per combattere i briganti, combattenti nella Terza Guerra per l’Indipendenza contro l’Austria, a fianco dei Piemontesi”.Le leggi dello Stato Unitario sull’alienazione dei beni ecclesiastici non appagano la lunga e sofferta speranza e 80 anni di lotte: le terre, anziché ai contadini, vanno ad ampliare il già vasto latifondo baronale e i baroni, alla solita maniera, le danno in fitto e chiamano a zapparle i contadini. Praticamente si torna indietro all’incirca alla fine del 700: al divieto dell’uso delle acque, di allignare al secco e al morto, di passaggio, di pascolo ecc.http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

Verzino sotto il Regio Fisco

Dopo la confisca operata dai Borboni ai danni del Duca Nicola Cortese macchiatosi di fellonia, il feudo di Verzino passava a far parte dei beni della Regia Corona. Correva l’anno 1746. I nostri antenati, sottratti alle unghie del rapace feudatario, conobbero un periodo di vita tranquilla e laboriosa, anche se di non lunga durata.Era costume in quel periodo storico che i feudi confiscati ai rei di Stato venissero amministrati da un Regio Generale Amministratore il quale provvedeva ad affittarli a persone di sua fiducia, chiamate Regi Conduttori. Così nel 1782 veniva designato in qualità di regio conduttore del feudo di Verzino, don Nicola Barberio Toscano da San Giovanni in Fiore.http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

sabato 13 dicembre 2008

Verzino,Feudo sotto i Cortese

L’avo di questa discendenza, un tal Capitano Cortese, romano, annoiato delle sofferenze militari, per quieto vivere partivasi da Roma e veniva a finire in Cariati, dove stringeva amicizia col Principe Spinelli, feudatario di questa città. Un giorno il Principe ebbe bisogno di molto denaro e, non disponendo di tale somma, amichevolmente confidò la sua ambasciata a Capitan Cortese, personaggio oltremodo ricco per una straordinaria circostanza. Nel tempo che abitava a Roma, alloggiò in un palazzo il cui padrone e la famiglia tutta, erano periti di colera. Prima che fossero distrutti dal morbo, avevano nascosto ogni loro tesoro in una stanza la cui porta era simulata da un’immagine dipinta su una tela.Per sua ventura il tesoro fu scoperto dal Cortese che diventò così molto ricco. Diede pertanto al Principe amico il denaro di cui necessitava. Quando, trascorso molto tempo, questi volle restituire la somma, Capitan Cortese non l’accettò, facendo notare che non era il caso di preoccuparsene.Si racconta che il principe Carlo Antonio Spinelli, colpito da tanta generosità, per gratitudine, cedette a Capitan Cortese il ducato di Verzino con tutti i suoi diritti ducali. Divenuto Duca, il Cortese recossi subito in Verzino e là costruì il Palazzo del Campo.Nel racconto vediamo aleggiare la fantasia del nostro popolo, ma come ogni racconto popolare ha il suo substrato storico, anche in questo vi è un fondo di verità. Ne troviamo conferma nel Cedolario n°74(anni 1639-1695) dell’Archivio di Stato di Napoli “... il 22 di marzo del 1668 vendita et alienazione fatta da Carlo Antonio Spinelli, Principe di Cariati e Duca di Castrovillari, a beneficio di Leonardo Cortese della Terra di Verzino... per ducati 50.000”.Da un altro manoscritto si apprende, invece, che il Cortese, acquirente del feudo di Verzino, lungi dall’essere un generoso e sfaticato Capitano, era un intraprendente fornaio, che trasse la famiglia dall’oscurità commerciando oggetti di poco valore. Leonardo Cortese, il fornaio Barone, per poco tempo poté godere gli agi della ricchezza e della nobiltà, in quanto nel dicembre del 1675 cessava di vivere. Ne ereditava la baronia col relativo titolo, il figlio Niccolò Cortese.Carlo Giuranna, della vicina Umbriatico, appassionato cultore della storia dei nostri luoghi, così ne tratteggia la figura: “...uomo robusto, maneggiava le armi da fuoco con arte particolare, tanto da colpire, con una palla, i vasi d’acqua che le donne portavano sulla testa, senza queste ferire... e addosso sempre portava, quando usciva di casa, il suo pistone. Esercitava un perenne dispotismo sopra i beni e le persone degli abitanti di Verzino... teneva un orrido carcere dove, senza querela di parte, senza processo, senza ordine di giudice, chiudeva i poveri disgraziati ad anni interi e si scordava così degli innocenti come dei rei. Ai rivoltosi minacciava la morte perché tenea una manica di malandrini a suo servizio”.“Questo bel tipo di delinquente”, nel 1693, fu incoronato Duca di Verzino per graziosa concessione di Re Carlo II Borbone. Divenuto Duca, aumentarono le sue nefandezze.E ancora il Giuranna: “...un gentiluomo di quel tempo, Petruzzo Giglio, mal soffrendo gli aggravi, manifestò i suoi sentimenti ad un crocchio di amici. Le parole vennero riferite ed il castigo no si fece attendere. Dopo pochi giorni, ritirandosi detto Giglio dalla Salina di Miliati, quando fu in un luogo ove si dice il cancello di Frea, gli fu sbarbicata con tutte le sue radici la lingua”.Questo bel tipo di don Rodrigo nostrano governò, per ben 56 anni, sino a tardissima vecchiaia morendo nell’agosto del 1731.Gli succedeva il figlio Leonardo che moriva dopo pochi anni nel 1734. Terzo ed ultimo Duca di Verzino, diventò Niccolò II che si rivelò della stessa indole dei suoi antenati “serie di tirannelli ed aguzzini l’uno peggiore dell’altro”. Si racconta che percosse in così violento modo il sacerdote don Antonio Cavallo, fratello dell’Arciprete della Terra di Verzino, sol perché non aveva immediatamente eseguito un suo ordine.Bersagliò poi le famiglie più in vista per censo, gli Scerra, i Cavallo, i Figoli, che furono costrette a cercare rifugio nei paesi vicini. Dette famiglie avevano subito e subivano prepotenze ed umiliazioni, ma ciò non faceva che accrescere il loro odio magnificamente simulato. Ritorneranno a Verzino quando, dopo non molto e con il loro aiuto, il Feudo veniva confiscato al Duca Cortese e passava al Regio Fisco.“Come i nobilucci verzinesi rodevano il freno, anche nel popolino si notava un certo incoraggiante risveglio e in Verzino e nei paesi vicini.” Si racconta che il giovane Duca volle, un giorno, sperimentare la mansuetudine dei Carfizzoti, allorché “per la sommossa di quei terrazzani, al comando dei militi, venne inviato in quel paese. La plebe di quel villaggio albanese, stanca delle sue prepotenze, lo assalì nella casa della famiglia Basta, ove aveva preso stanza e, non potendo averlo fra le mani perché barricatosivi, ammucchiò contro l’uscio delle fascine dandovi fuoco. Al crepitare dell’immane fiammata, il Duca Nicola si vide perduto ed allora, contando sul profondo sentimento religioso di quel popolo, scese da una finestra, tenendo fra le mani un quadro della Beata Vergine e con questo implorò perdono. Lo stratagemma riuscì...” e gli salvò la pelle!Il Duca era anche un uomo a cui piaceva il lusso e lo sfarzo. Per mania di grandezza fece eseguire diverse opere, per cui si ebbe l’impressione che Verzino nascesse a nuova vita. La coorte ducale era allietata poi dalla presenza di una nobile e bella Principessa, donna Violante Minutoli, di appena 23 anni, di illustre famiglia messinese che aveva già dato al suo consorte 2 figlioletti, Clelia di anni 9 e Giuseppe Antonio di anni 6. La principessa, perciò, era diventata Duchessa di Verzino all’età di 14 anni circa.Don Nicola fu duca di Verzino fino alla venuta di Re Carlo III di Borbone, per decreto del quale il Feudo gli veniva confiscato sotto l’accusa gravissima di “fellonia” Così ce lo racconta il sacerdote Rotundo nel citato manoscritto: “Dopo l’occupazione del regno di Napoli da parte di Re Carlo III Borbone, unironsi il Principe di Monteleone (odierna Vibo Valentia), il Principe di Cariati ed il Duca Cortese di Verzino per tentare, come diremmo noi, un colpo di stato a favore dei passati dominatori (gli Austriaci). La congiura fu scoperta e Re Carlo intimò ai ribelli di presentarsi a lui per discolparsi. I due Principi obbedirono e furono perdonati; il Duca, fiero e sdegnoso, si ricusò onde fu dichiarato contumace e nemico dello Stato. Il Re, poi, impermalito dal suo modo di procedere, mandò i suoi soldati ad arrestarlo e a confiscare il feudo. Il Duca, vedendosi in cattivo partito, fuggì. Sarebbe caduto in mano dei suoi odiati nemici se, per consiglio di uno dei monaci del Convento di San Domenico di Verzino, non fosse ricorso all’espediente di Caco: ferrare il suo mulo con i ferri all’opposto, in modo che i soldati, ingannati dalle piste, non lo avessero cercato nel luogo donde era fuggito. Pervenuto poi a Salerno, veniva di nuovo scoperto e si salvò, ancora una volta, travestendosi da Vescovo. Dopo fu in Ungheria, né più nulla si seppe di lui. I soldati borbonici, pervenuti in Verzino, presero possesso del palazzo e dell’intero feudo, compresa la Fratta ove il Duca teneva la sua caccia riservata. La povera e sconsolata Principessa, donna Violante, fu maltrattata ed inviata a Messina, sua città natale”.Quale fosse la vera ragione che spinse il Duca Niccolò Cortese alla lotta ad oltranza contro il re Carlo III, ce lo rivela il suindicato storico Salvatore Spiriti: “...si lasciò adescare dalla propaganda austriaca per aver dato fondo ad ogni suo avere nei bagordi e nel lusso e perciò sperava di migliorare la sua sorte giocando in politica”. Per sua disgrazia e per fortuna dei nostri avi, puntò tutto sul cavallo perdente...Concludendo ci piace far conoscere cosa ne pensassero, quali maggiori interessati, i nostri padri, del Duca ribelle, Nicola Cortese. In un modesto foglio che si accompagna al Catasto Onciario del 1753, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, si lamentavano del feroce sfruttamento e delle vessazioni subite ad opera del loro Feudatario che, “per la sua cattiveria”, aveva meritatamente perduto il Feudo.Il popolino, da parte sua e con la solita mordace ironia, compose e canticchiò:“U Ruca i Verzina è male natu,E’ male natu e di mala natura...Mo puru Marcu ‘Rande c’è chiavatu,chi piglia ppe ra capu, chi ppe ra cuda...”dove “male natu e di mala natura” significa che Niccolò Cortese discendeva da una pessima schiatta ed era di indole malvagia. Marco Grande, infine, era il ducale guardiano della Fratta. In tutto simile al suo padrone, “teneva un piede di bove , fatto di legno, col quale imprimeva delle orme bovine sul terreno affidato alla sua custodia. Dopo inveiva contro i massari e i bovari dei dintorni, contestando loro il pascolo abusivo...In tal modo, contando sul timore di quei tapini, arrotondava le sue entrate.”E’ questa, in sintesi, la storia feudale di Verzino ed anche la dolorosa storia di molti paesi della nostra Calabria. http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

Verzino,casale di Cariati

Verzino come Casale di Cariati
“Come Casale di Cariati ne seguì le vicende feudali, passando dai Sangiorgio (1291), ai Ruffo (1417), a Gerolimo, Visconte da Cariati (1479), agli Spinelli che nel 1668 lo alienarono ai Cortese.”http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

venerdì 12 dicembre 2008

Verzino kr-Le origini

Si vuole sia l’antica Vertinae, edificata dagli Enotri o da Filottete, eroe greco che, secondo una leggenda , dopo la caduta di Troia, giunse con i suoi uomini nei territori della presila e fondò assieme a Chone, altri piccoli centri tra cui Vertinae. Se ne trova menzione negli scritti dello storico greco Strabone.Verso il 500 a.C. Verzino passò dalla dominazione dei Sibariti a quella dei Crotoniati i quali, giunti nel paesello, “sfruttarono le miniere di ferro, di zolfo e d’argento nonché cave d’alabastro e una sorgente d’acqua sulfurea ivi esistenti. Il territorio andava ancora rinomato per la terra chiamata Ripoli con cui venivano pulite le gioie, e per le erbe medicinali. Abbondante era pure la selvaggina nelle sue montagne”. All’epoca i Verzinesi vivevano nelle piccole pantalitiche, ripiani di grotte collegate da piccoli sentieri, che tuttora si possono osservare sul fianco occidentale della collina detta Sperone dove è racchiuso il centro storico.http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

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