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lunedì 5 gennaio 2009

U ‘mbullitu i porcu

Ingredienti: ossa di maiale, pomodoro, alloro, cipolle, pasta, formaggio pecorino.Le ossa, scarnite, si mettono a bollire in abbondante acqua. Raggiunta l’ebollizione si schiuma il brodo e si aggiunge qualche pomodoro pelato, qualche foglia d’alloro, una cipolla. Cotto il brodo, vi si versa della pasta spezzata, precedentemente cotta a parte, e si lascia insaporire. Versato il tutto nei piatti, si cosparge di formaggio pecorino.
http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

domenica 4 gennaio 2009

Le ricette

I cibi di un tempo erano semplici e poco elaborati. Le varie pietanze, prevalentemente a base di verdure, legumi, latticini e maiale, venivano versate in un unico piatto comune.E, solo dopo che il padrone di casa aveva dato il proprio assenso, si poteva iniziare ad attingere da questa grande scodella posta al centro della tavola. I diversi gustosi cibi preparati dalle esperte massaie adornavano la tavola, però, solo di sera, quando stanco il contadino tornava dai campi, e di domenica quando, per santificare il giorno del Signore, si restava a casa e si andava a Messa. I restanti pasti, invece, consistenti nella “spisa”, venivano consumati tra i campi a suon di musica, di canti e di un buon vino. Per la preparazione di questi pranzi frugali si usavano, di solito, le conserve: salsicce, soppressate, lardo, sarde e peperoni salati ecc. I vari condimenti venivano riposti in un pane, naturalmente fatto in casa, scavato centralmente.

sabato 3 gennaio 2009

Verzino kr-Verzino

Lasciando la statale 106 alle spalle e avventurandosi oltre un ponte stretto e cadente, si apre alla vista una tortuosa strada adornata da numerose ginestre e da infiniti oliveti. Dopo circa mezz’ora di curve e tornanti, ecco che, dall’alto “da cruce di tre arie”, spunta Verzino. Piccolo paese della provincia di Crotone, abbarbicato su una spaziosa collina circondata da uliveti, da schiere di ginestre, da fichi d’india e querce secolari.Proseguendo si giunge, senza fatica, all’interno del centro abitato, nella piazza principale: Piazza Campo. Qui confluiscono tutte le strade più importanti del piccolo comune.Accanto a questa si apre un’altra piazza di costruzione recente, al disotto della quale dimorano le botteghe artigiane e una sala convegni.Per scoprire il resto del paese, bisogna affidarsi a qualcuno del luogo che sappia e conosca ciò che ancora l’uomo non ha deturpato. Trovata la guida e salendo verso “U Spirune”, la parte più antica, sulla sinistra si nota, imponente, l’antico Palazzo ducale. Costruzione di notevole interesse storico-artistico risalente al XVII sec. Si ritiene sia stato realizzato dal Duca Nicolò Cortese nella seconda metà del 1600 e successivamente abitato da diverse famiglie: Cortese, Barberio-Toscano..., per ultimo dagli Anania e da questi poi venduto al Comune. L’impianto primitivo, centrato su un cortile rettangolare che ospitava un pozzo, era composto da tre piani, ma nell’800, l’ultimo, venne eliminato e con i materiali di risulta furono costruite alcune case ad esso adiacenti. Negli anni ’50 fu realizzata la torre con l’orologio. Negli anni ’60 venne interrato il pozzo del cortile. Tra il 1975 ed il 1980 fu ricostruito il tetto e si operò una diversa ripartizione degli spazi interni eliminando alcuni archi e motivi architettonici di valore. Oggi il palazzo si presenta con un assetto e con proporzioni notevolmente modificate rispetto alla sua “facies” originaria, a causa di numerose ristrutturazioni inappropriate. Tinteggiato di quarzo arancione ha perso ogni fascino. L’imponente portone sul quale torreggia lo stemma dei Cortese, ci introduce in una corte cementata, su cui si affacciano varie finestre e da cui partono due scalinate che conducono ai piani superiori. Il tutto abbandonato a se stesso. Continuando a salire, si giunge nella parte vecchia di Verzino, dove, è ancora possibile ammirare case in pietra e calce, adornate da volte, strettissime stradine collegate da archi e, in una piccola piazzola, la Chiesa Madre.Pochissime e contraddittorie sono le notizie sulla Chiesa di S. Maria Assunta. E’ una lapide, posta all’interno della stessa, a rivelarci che, nel 1686, il vescovo di Cerenzia e Cariati, il napoletano Mons. Gerolamo Barzellino, fece abbattere la vecchia chiesa, nata su un “alto e precipitoso clivo” ed edificare questa “in un luogo pianeggiante”. Per la nuova costruzione venne riutilizzato il materiale del tempio sacro demolito. Dopo i vari interventi di maldestra ristrutturazione (cordoli in cemento, intonaci, tinteggiature) susseguitisi nel corso degli anni, solo adesso, dopo un accurato restauro di circa 7 anni, la chiesa di S. Maria Assunta ha ritrovato l’antico splendore. Nel 1984 la Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici ed artistici, ha riconosciuto il valore artistico-storico di questo monumento. La facciata in tufo, decorata da due portali di epoca posteriore, si affaccia su una piccola piazza. La pianta è abbastanza regolare e riconducibile all’impianto basilicale romanico. Il soffitto a capriate, totalmente in legno, contempla dall’alto, le tre navate divise da archi. Le due laterali presentano, nella parte finale, due cappelle con altari, uno in gesso, l’altro in pietra. La navata centrale ha un altare marmoreo dietro il quale la sagrestia ha preso il posto del coro. Il piano interrato, invece, ospita l’antico cimitero.Usciti dalla chiesa, si scende nel centro del paese, per poi proseguire verso la parte alta “Serre Pinnute”, dove è possibile ammirare, sul lato destro del ponte(da Tinella) che divide le due zone, una serie di grotte che, nella notte dei tempi, secondo alcuni, erano abitate dal popolo di Verzino.Ai confini del centro abitato la natura regna ancora sovrana; posti incantevoli da non dimenticare di visitare sono: la piccola oasi della fiumara Vitravo, ricca di verde e cascate d’acqua, il fiume di sale, le grotte carsiche. Queste ultime interessano un vasto territorio. Dalla relazione stilata da un gruppo di speleologi, apprendiamo la struttura interna delle grotte e i particolari e pittoreschi nomi assegnati alle varie “sale”. E’ stata battezzata La grotta dello Stige, la cavità iniziale che per prima incuriosisce il visitatore. “Attraversando la Sala del Fico (così chiamata per la presenza del fico all’ingresso della grotta) si giunge, attraverso un cunicolo, alla Sala della Cupola o dello Scudo (così detta per la forma a cupola che presenta la cavità e per la presenza nella volta di un’impronta a forma di scudo).
Una serie di laghetti, allo stato attuale attraversabili solo con canotto, immettono nella Galleria delle Marmette, laddove dei suggestivi specchi d’acqua e delle cascatelle portano alla Sala dell’Incontro dove vi è la confluenza di due ruscelli. Gli abitatori di queste grotte sono anch’essi interessanti dal punto di vista biologico, è stata vista un’anguilla nera, due tipi di pipistrelli, alcuni piccoli col petto bianco, una rana rossa, rara per queste latitudini”.

venerdì 2 gennaio 2009

Parole quasi in dissuso

Affinché gli antichi suoni, carichi di significato e di oggetti lontani, forse dimenticati, non vadano perduti:
A banca La tavola
A cunchetta Casseruola di rame
A lampa La lampada ad olio
A limma Recipiente di terracotta
A minzinella Fazzoletto per la notte
A paricchiara Fune robusta fatta con peli di capra o di altro animale
A stifa Contenitore di legno
Ambrata Filo spinato
Appuzzare Bere direttamente senza bicchiere
Bardanella Telone
Bardu Secchio
Brocca Forchetta
Cantamuro Grossa pietra
Carcarazzo Cuculo
Casciune Cassone per il grano
Catarattu Botola
Catoio Magazzinoo
Chianca Macelleria
Chiatra Grossa pietra
Chiattilla Pipistrello
Cibbia Vasca
Ciminea Camino
Cropio Stallatico
Curria Cinghia
Cuticchjopiccola pietra
Cuvercia Formica
Cuzzupa Dolce pasquale
Fadale Grembiule
Farinazzo Grusca
Frissura Padella
Frittula Cotenna
Gaccia Ascia
Grasta Vaso per piante
Guttari Perdita d’acqua piovana
Iettabannu Banditore
Jnorra Ginestra
Lucisu Fuoco
Maccaturu Fazzoletto
Mailla Madia
Maruche Lumache
Maruggiu Il palo che sostiene gli arnesi di lavoro
Mattulu Balla di fieno
Mera Guarda
Merula Merlo
‘Mmastaru Sellaio
‘Mmastu Sella
‘Mmucatu Ammuffito
Petuli Frittelle di farina
Pracca Lardo
Purcellu Maiale
Quadiata Riscaldata
Rapinante Falco
Rinale Vaso da notte
Rucciuli Lacci delle scarpe
Rucculu Lamento
Sarcinella Fascio di frasche
Fascina Grossa fune
Sbracato Persona in disordine
Sciartu Cravatta
Scifu Mangiatoia per i maiali
Spitu Spiedo
Sporta Cesta
Sramato Soffitto
Suraca Fagioli
Tappina Pantofole
Tirantuli Bretelle
Trappito Frantoio
Varrilara Poggia barili
Vertula Bisaccia
Vitrune Damigiana
Vuda Giunco
Zicu Poco
Zimmaru Il becco(maschio della capra)
Zinzulo Strofinaccio
Zuco strumento rudimentale

Se qualcuno vuole aggiungere altri termini dialettali spediteli a: verzinokr@libero.it

Detti

Capilli e guai u mancanu mai Capelli e guai non mancano mai

Chini simina spini sa di quazari forti Chi semina spine deve stare attento

Chine nescia quatru un mora tunnu Chi nasce quadrato non muore tondo

Pecura nigura pecura janca chine mora mora chine campa campa Pecora nera pecora bianca chi muore muore chi vive vive

A gallina fa l’ova eru gallu si juscaLa gallina fa le uova ed il gallo si irrita

E’ megliu na vutta i vinu ca nu tavulinu E’ meglio una botte di vino che un tavolino

E’ finitu u vinu è finitu l’amuri E’ finito il vino è finito l’amore

I jestime su fasulle chine i dicia si i ripiglia Le bestemmie sono fasulle chi le dice se le riprende

Gricali o gricalino ottu jurni o quinnicina Vento grecale dura otto giorni o quindici

L’acqua vulla e ru porcu è ara muntagna L’acqua bolle e il maiale è sulla montagna

I guai da pignata i sa a cucchiara ca rimina I guai della pentola li conosce solo il mestolo che vi gira dentro

Quannu u ciucciu un bò vivari a voglia ca frischi Quando l’asino non vuole bere è inutile fischiare

Prima i Natali né friddu né fami, i Natali avanti moranu i fanti Prima di Natale né freddo né fame, dopo Natale muoiono i fanti

U populu ti liza e u popupu ti jetta Il popolo ti innalza e il popolo di distrugge

A cuda è forte a scurciare La coda è difficile da spellare

Ha pirdutu l’occhi e ba cercannu i pinnulari Ha perduto gli occhi e cerca le ciglia

Chini rida i vennari ciangia i duminica Chi ride di venerdì piange di domenica

U sule a chine vida scraffa Il sole a chi vede riscalda

giovedì 1 gennaio 2009

Giochi del passato

Come giocavono i nostri padri e i nostri nonni.


Per la strada, tra i vicoli, lungo i margini delle case, con le mani ricolme non già di giochi pronti ma solo di tanta fantasia, così si divertivano i nostri avi.

Giochi maschili

“A ra staccia”
Venivano raccolti dei pezzi di tegola della stessa dimensione ed arrotondati. Tranne lo “staccino”, che era più piccolo, le altre “staccie” dovevano essere di pari grandezza. Questi piccoli sassolini detti, appunto, “staccie” rappresentavano le primitive bocce.
“A ri cocule”
Una volta raccolte “i cocule”, parassiti della quercia, venivano fatte sul terreno 5 piccole buche e venivano numerate. I ragazzi si ponevano ad una certa distanza da esse e cercavano di mandare “i cocule”, secondo l’ordine numerico, nelle varie buche.

“A ra mazza e ru sbrigliu”
“A mazza” era un pezzo di legno lungo 50 cm, “u sbrigliu”, sempre di legno, era appuntito da entrambi i lati e lungo circa 20cm. Uno dei giocatori, ponendosi al centro di un cerchio, disegnato sul terreno, cercava di lanciare “u sbrigliu” con “a mazza” il più lontano possibile. L’avversario doveva ritrovare “u sbrigliu” e lanciarlo nel cerchio, se il lanciatore riusciva a riprendere “u sbriglio”e a lanciarlo lontano, si contavano i punti in base a quante mazze c’erano dal luogo in cui lo sbriglio era caduto fino al cerchio. Ricorda il gioco americano del baseball.

“U scaffu”
A turno ciascun ragazzo si poneva di spalle rispetto al gruppo degli amici tenendo la mano sinistra sotto l’ascella destra e l’altra a mo’ di paraocchi sul viso. Se riusciva a riconoscere lo schiaffeggiatore, quest’ultimo era obbligato a prendere il suo posto. Contrariamente continuava a sottoporsi ai tiri del gruppo.

Giochi femminili
“A petrilli”
Raccolte 5 pietre di forma rotonda, venivano poste a terra. Ciascuna ragazza doveva cercare di prendere un pietra da terra, buttarla in aria ed afferrare una seconda pietra senza lasciare cadere la prima. Via via il gioco diventava sempre più difficile perché bisognava gettare in aria la pietra e cercare di prenderne da terra 2 insieme. Il gioco proseguiva fino a quando la più agile riusciva a raccogliere tutte e cinque le pietre senza lasciarne cadere neanche una.
“A naca”
Legate le estremità di un filo di circa 50 cm veniva preso tra le mani e, giocando con le dita, una ragazza dava vita ad una forma geometrica, l’amica doveva riuscire a prendere il filo fra le sue dita, creando un’altra forma senza, però, ingarbugliare il filo.

“Tutù cambia posto”
Un gruppo di ragazze si posizionavano in vari luoghi della strada e dovevano restare immobili fino a quando una di loro gridava “tutù cambia posto”; a questo punto dovevano spostarsi cercando di non farsi toccare dall’amica, chi veniva toccata doveva prendere il posto della compagna.




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