Benvenuti su VerzinoKr.Le visite sul blog sono molte ma le testimonianze lasciate sono molte poche pertanto vi invito a commentare e firmare il GuestBook di VerzinoKr cliccando qui

domenica 31 maggio 2009

La Tarantella

Ogni gesto e un 'idea, ogni posa un sentimento, sicché essa si svolge drammatica, pudica, irresoluta, affascinante, emblema dei contrasti interiori d'un silenzioso amore. Ma quando la tensione scoppia e trionfa, la danza si anima, travolge e passa dalla timidezza all'audacia ed attacca, insegue, incatena e, baccante ebbra e delirante, si precipita cieca alla voluttà".
Questa è la Tarantella

sabato 4 aprile 2009

La passione di Cristo

Tra breve è Pasqua,se qualcuno ha del materiale attinente al periodo della Passione in Verzino, foto,video,articoli,ecc. può mandarli all'indirizzo email verzinokr@libero.it o se volete essere voi stessi a pubblicarli dovete mandare il vostro indirizzo email allo stesso indirizzo,riceverete un email d'invito,seguite l'istruzioni,iscrivetevi e potrete farlo voi direttamente su http://www.verzinokr.blogspot.com/

mercoledì 18 febbraio 2009

I giochi che furono

Erano molto semplici i giochi dei nostri nonni

1 - Le trottole: si facevano ruotare tirando violentemente un cordino avvolto intorno ad esse.
2 - Fuciletto ad arco: si armava la canna inarcando l'arco; si introduceva il "proiettile"e si faceva scattare il congegno...e attenti agli occhi.
3 - Le biglie
4 - Altro tipo di trottola con tiraggio del cordino sul perno.
5 - Carrettino
6 - La fionda: arma relativamente potente; siuccidevano con una certa facilità anche uccelli di piccole dimensioni.
7 - La raganella: facendo ruotare il rettangolodi legno si produceva un rumore simile al gracchiare delle rane.
8 - Lo schioppetto: simile a una pompa dibicicletta, facendo pressione, si provocavaun piccolo colpo.

domenica 15 febbraio 2009

La Carrozza

La celeberrima "CARROZZA’ " è stata uno dei "mezzi poveri" più ricordata e amata, tuttora, da intere generazioni di verzinesi. In voga ancora alla fine degli anni ’80 essa era il risultato di una accurata, lunga e meticolosa costruzione di un "mezzo fuoriserie" di legno che potesse sfrecciare, facendo stare seduto comodamente il conduttore e magari anche qualcuno in più, lungo le discese o le vie del paese… Si costruiva montando dei cuscinetti d'acciaio a sfera, come ruote, ai lati di una solida piattaforma di legname di circa uno/due metri quadri di forma rettangolare. Il manubrio era costituito dall'unico cuscinetto anteriore sterzabile con una staffa. L'evoluzione trasformerà la vecchia carrozza a tre cuscinetti in una a quattro con l'asse anteriore perniato centralmente,con delle leve per poter sterzare.

Le preziose ruote erano i ricercatissimi cuscinetti a sfera (presi da quelli usati dagli autoveicoli e sovente da camion e autocarri) che venivano montati in una coppia sull’asse posteriore ed uno più robusto sulla parte anteriore il quale con un opportuno marchingegno fungeva anche da manubrio per guidare LA "CARROZZA’ stessa. E così si assisteva ad una competizione fra chi cercava di fare LA "CARROZZA’ più grossa o più lunga o semplicemente quella più robusta e guidabile. E così, chi scrive, ancora ricorda in certi pomeriggi verzinesi degli anni che furono, tanti gruppi, ognuno con la sua carrozza, sfidarsi lungo la discesa dell'acqua "da castagna" o in quella della chiesa "i S.Fracisco"con il fragore dei cuscinetti d’acciaio sferraglianti…!! E sovente si ricorda ancora che questo notissimo mezzo veniva usato per riportare qualsiasi cosa… bastava una corda per il traino e tanta forza ... e occhio ai passanti !!!!

Ecco un particolare della CARROZZA

sabato 24 gennaio 2009

Verzino KR-Le Grotte carsiche

Lo sviluppo di fenomeni carsici nel territorio del crotonese ha dato origine a sei grandi cavità in un'area ben determinata tra i comuni di Verzino, Castelsilano, Caccuri e Cerenzia. Queste grandi grotte e percorsi sotterranei si sviluppano per diversi chilometri al di sotto delle colline tra il Vitravo e il Lese, ambedue affluenti del fiume Neto, nella fascia presilana. Su tutto il bordo settentrionale del bacino del Neto, dove le grandi erosioni hanno asportato la coltre pliocenica, affiorano gli strati della formazione ‘gessosa-solfifera’, consistenti in terreni e rocce facilmente solubili. L'acqua, scavando nel sottosuolo, crea percorsi più o meno lunghi, che sboccano dopo chilometri di tortuosi percorsi in ampie grotte. Allo stesso modo i fenomeni franosi delle volte delle cavità sotterranee generano le doline, veri e propri ‘inghiottitoi’ di tipo Carsico. Gli accessi a questi percorsi sotterranei sono per lo più dagli sbocchi a valle o dalle depressioni degli inghiottitoi. Le recenti esplorazioni effettuate da speleologi di qualificate istituzioni scientifiche italiane ed europee hanno contribuito finalmente a spiegare le numerose leggende di pastori ed agricoltori della zona: le grotte dei briganti con sette stanze tutte piene d'oro o l'origine di antichi toponimi quali ‘Acerenthia’ e ‘Chironti’ da collegare con ‘Acheronte’, il fiume sotterraneo che secondo gli antichi portava agli Inferi. Gli scenari che si offrono ai visitatori di questi anfratti sotterranei sono fortemente suggestivi: cavità con ipogei di oltre 15 metri di altezza, fiumi sotterranei, doline in mezzo alla campagna - vere e proprie voragini -, stalattiti e stalagmiti nonchè tipi di flora e fauna particolari tra cui colonie di pipistrelli bianchi. Finora sono state esplorate le cavità di Grave Grubbo, la grotta dello Stige, l'Antro del Torchia, la Grave dei due Manfred, la Grotta del Palummaro e del Nasone. Le ultime due si trovano rispettivamente nel comune di Caccuri e Cerenzia, Stige e Due Manfred nel territorio di Verzino e le rimanenti nel territorio di Castelsilano. I nomi delle cavità carsiche, propri o nati dalla fantasia dei giovani speleologi, aumentano la suggestione dei luoghi. Alle località menzionate ci si arriva con la strada provinciale che collega la SS. 107 -silana crotonese-, bivio per Caccuri e Verzino, con l'abitato di Verzino. Le più accessibili sono le doline di Grave Grubbo e dei Due Manfred mentre la più grande ma allo stesso tempo la meno accessibile delle altre è la grotta dello Stige.







Dolina all’interno della quale si apre l’ingresso della cavità la ‘Grave dei due Manfred’ nel comune di Verzino







Interno della Grotta dello Stige nel comune di Verzino









Interno della Grotta di Samourì Tourè o Grave Grubbo nel comune di Castelsilano

















Ingresso alla Grotta del Palummaro nel comune di Caccuri sul Lese




- Grotta dei Furfari. Si trova in località Cona, si tratta di un profondo anfratto che risale probabilmente all’età Neolitica, in gran parte non ancora esplorato.

fonte:www.ilcrotonese.it








Grotte Grave Grubbo Verzino

domenica 18 gennaio 2009

Verzino kr-Il pane:come farlo in casa

Fare il pane in casa oggi è diventato un privilegio,non economicamente,mentre prima era una necessità.Io personalmente ho iniziato a farlo quando ho visto una trasmissione televisiva dove spiegavano cosa veniva messo dentro l'impasto del pane stesso.Oltre i soliti ingredienti noti vengono aggiunti dei prodotti chimici chiamati "miglioratori".Le industrie sanno che per potenziare le vendite ci vuole anche una presentazione allettante, a questo proposito sono comunemente utilizzati additivi chimici o pseudochimici per migliorare le caratteristiche della farina e del pane. Analizziamone alcuni:

- Acido Ascorbico: è l’additivo più utilizzato insieme all’ enzima Alfa Amilasi per la produzione dei più disparati miglioratori per panificazione. L’acido ascorbico viene impiegato nella dose di 2-3g /quintale per migliorare la tenacità dell’ impasto, cioè la forza che si deve attuare per allungarlo (il P per intenderci). Tuttavia l’acido ascorbico non è altro che la vitamina C, ovviamente è di sintesi però.
- Lecitine, mono e digliceridi di acidi grassi E471, esteri dei mono e digliceridi di acidi grassi E472: svolgono diverse funzioni: migliorano l’estensibilità dell’ impasto (L), aumentano la conservabilità (shelf life), migliorano la crosta e rendono omogenea la mollica.
- Glutine essiccato: migliora la forza della farina, aumentando il W. Oggi giorno viene praticamente utilizzato dalla maggior parte dei mulini (difficilmente quelli artigianali) per la produzione di farina da panificazione (da 220W in su).
- Proteasi: riducono la forza dell’ impasto.
- Alfa Amilasi: conferiscono una colorazione giallo oro intensa, migliorano la lievitazione e migliorano la trasformazione dell’ amido in zuccheri semplici: maltosio, destrine, glucosio.
- Malto (farina di frumento maltata): tra tutti gli additivi (anche se in realtà non lo è affatto) è quello più naturale, infatti si ottiene semplicemente dalla macinazione dell’ orzo germinato, da solo o in combinazione del frumento, e successiva macinazione. Il malto stimola la fermentazione, migliora la colorazione del pane (più dorato), il sapore e aiuta ad ottenere un pane più leggero.
- Zucchero (saccarosio): accelera la fermentazione.
- E260 - acido acetico, E261 - potassio acetato, E262 - sodio acetato, E263 - calcio acetato, E270 - acido lattico, E280 - acido propionico, E281 - propionato di sodio, E282 - propionato di calcio, E283 - propionato di potassio: sostanze che evitano il “collasso” del glutine.
- E200 - acido sorbico, E202 - potassio sorbato, E203 - calcio sorbato: sostanze antimuffa.
- Alcool Etilico: permetta una lunga conservazione del pane in cassetta, non può superare il 2% su s.s e non deve essere allo stesso tempo trattato con acido sorbico, propionico e i loro sali. L’indicazione in etichetta è obbligatoria.
Spero che questo articolo possa stimolare il desiderio di acquistare il pane dai bravi e onesti panificatori artigianali o il desiderio di auto produrselo in casa,come? Io lo faccio cosi:
ingredienti:
1kg di farina tipo 0,-1kg di farina di grano duro,-un cubetto di lievito di birra 25g,-se volete il sale(io ne metto 2 cucchiai da cucina rasi).
Procedimento:
-Sciogliete il cubetto di 25g di lievito di birra in 300 cl di acqua a temperatura ambiente
-Sciogliete il sale in 900 cl di acqua a temperatura ambiente
-Mescolate bene i due tipi di farine
-Prendete 500 g di farina e amalgamatela bene con l'acqua che contiene il lievito
-Aggiungete la restante farina(1kg e mezzo) e l'acqua con il sale(900cl) in modo alternato.
- A questo punto, impastate bene per almeno 15 minuti. Il concetto dell'impastatura del pane è quello di incorporare più aria possibile nell'impasto, quindi allungate la pasta, poi ripiegatela, insomma strapazzatela un po'. Fa anche bene ai pettorali. All'inizio sarà collosino, ma poi diventerà una pasta bella elastica e tosta.
- Formate un pagnottone o la forma/e che volete e lasciatele lì per circa tre ore. Miracolo: lieviterà.
- Accendete il forno a 200 gradi, e una volta raggiunta la temperatura, mettete rapidamente dentro il pane(non deve prendere colpi d'aria).
-Fate cuocere per 45 minuti circa.Vi assicuro che ci vuole più tempo a dirlo che a farlo. Una volta abituati, si fa prima che a cuocere la pasta al pomodoro.Ecco il mio risultato:

domenica 11 gennaio 2009

Verzino kr-Il convento dei domenicani di Verzino

Il convento dei domenicani di Verzino, diocesi di Cerenzia, sorgeva nel luogo detto "Il Campo", poco distante dal palazzo baronale. La località è così descritta a metà Settecento: "La terra di Verzino sta situata in Provincia di Calabria Citra, edificata sopra di uno spazioso risalto di pietra tufo, avanti del quale nell’andarvi vi è un bel largo piano denominato il Campo con fontana diruta nel mezzo… nel principio del quale, ed immediatamente sopra del medesimo si trova edificato il palazzo baronale".


La Fondazione


Dopo che l’università nel 1537 con parlamento pubblico aveva dato il suo assenso, il 30 agosto 1543 il convento di Santa Maria della Grazia della terra di Verzino fu approvato dal priore e dai canonici della chiesa di San Giovanni in Laterano di Roma e per loro da Fra Giovanni Soldato di Squillace. Era provinciale dell’ordine dei predicatori della Provincia di Calabria Fra Girolamo di Monteleone1.

In conseguenza di tali atti il convento riscuoteva ancora a metà Seicento ogni anno scudi 20 sul dazio della carne e del pesce e cinque tomoli di grano, quest’ultimi come aiuto per la fabbrica del convento, concessi dall’università di Verzino, e versava alla chiesa di San Giovanni in Laterano due libre di cera bianca lavorata.

Il convento all’inizio del Seicento

Poche le notizie sul piccolo convento durante il Cinquecento. Esso non aveva grandi proprietà ed era abitato da due o tre frati.
Nelle relazioni ed in una lettera, datata Verzino 20 gennaio 1622, inviate alla Santa Sede dal vescovo delle due diocesi unite di Cerenzia e Cariati, Maurizio Ricci (1619 – 1626), così è descritto: vi è "un convento di frati di San Domenico qual sta a un tiro di balestra fuor della terra sudetta… ha una chiesa assai buona et bella, et la fabrica sua consiste in un braccio solo di fabrica, nel quale vi saranno sei stanziotte piccole et una sacrestia un puoco più grande ad alto; et a bascio vi saranno altre tante, che servono per cocina, cantina et stalla, con una cisterna avanti. Altra fabrica non vi è. Tiene d’entrata detto convento da circa ottanta docati un anno per l’altro, et vi sta solamente un frate con un terzino, il quale non solo non apporta utile a quest’anime (perché non confessa, non sermoneggia, ne predica) ma danno et ruina grande, perche fuggono la chiesa Matrice, dove s’insegna la dottrina christiana, si sermoneggia et se fanno l’altre funtioni pertinenti alla cura; et vanno a sentire la messa del detto frate, il quale la dice puoco prima della messa cantata della chiesa matrice. Per il che ne nasce questo inconveniente, che qui et in tutti luochi della diocese dove sono questi conventini ne figlioli, ne giovani, ne vecchi et così anco le donne sanno ne pater noster, ne ave maria, ne credo, et con tutta la diligenza usata, non ho potuto ridurli ad andare alla dottrina chrisriata, et non ho potuto trovar altro remedio, che inter missar. solemniu. Far che il curato dichi qualche cosa sopra la dottrina christiana, ma indarno". Dalla lettura traspare il conflitto esistente tra la chiesa locale ed il piccolo e povero convento. Un solo frate riesce ad attrarre ed ad accogliere la maggior parte dei fedeli, i quali "fuggono" la chiesa principale e ne disertano le funzioni sacre e la dottrina cristiana, preferendo invece sentire la messa del frate, il quale è accusato di concorrenza sleale, infatti, come per un dispetto, "la dice puoco prima della messa cantata della chiesa matrice". Il vescovo Ricci, in verità, aveva trovato un benefattore, che donava alcuni beni stabili con una sostanziosa rendita con la condizione che fosse eretto un seminario a Verzino e si utilizzasse per tale scopo gli edifici del convento domenicano. Egli premeva perciò i suoi superiori, perché si sopprimesse il convento domenicano di Verzino. Trasferendo ed unendo i suoi beni a quelli del convento domenicano di Cerenzia, che possedeva poche rendite e vi era un solo frate, quest’ultimo avrebbe potuto ospitare una comunità più numerosa di frati. In quanto poi al convento domenicano di Verzino, aggiungeva, la sua trasformazione in seminario non avrebbe causato nessun danno in quanto al momento "non serve per altro, se non che alle volte passa qualche forastiero, et non sapendo dove alloggiare, se ne va al detto convento, quando però il frate vuol fare la carità"

A metà Seicento

Bisognerà attendere la metà del secolo per avere notizie più dettagliate sul convento, questa volta dagli stessi frati. L’otto marzo 1650, il frate Santo di Campana, vicario, ed il frate Girolamo Verso di Bisignano, lettore, in esecuzione della Costituzione di Innocenzo X, compilavano la relazione sullo stato del convento. Da essa si apprende che la struttura del convento era rimasta immutata, mentre risultavano più che raddoppiate le entrate.
La chiesa era lunga palmi 90 e larga 40 con un coro quadrato di palmi 42 di lato. Tredici stanze, parte sopra e parte sotto, formavano il convento, abitato di solito da due o tre frati, un laico ed un oblato. Al momento vi erano i frati Santo di Campana (vicario) e Girolamo Verso di Bisignano, il laico Marco Salerno di Castelvetere e l’oblato Gio. Domenico Tosto di Caloveto. Il convento era circondato da mura al di là delle quali si estendeva una "possessione" con numerosi alberi da frutto, di cui usufruivano gli stessi frati. I quali possedevano circa duecento tomolate di terre, tra seminative e boscose, solo in parte coltivate per la mancanza di coloni. Dal loro affitto di solito venivano 25 tomoli di grano, che rappresentavano solo il 12% delle entrate. Maggiori cespiti in denaro davano i censi che i frati esigevano da terreni , case e cappelle (circa il 30%) ed ancor di più le elemosine in grano, vino, olio e latticini (circa il 40%). Seguiva l’entrata del dazio sulla carne e sul pesce, concessa a suo tempo ai frati dall’università (10%), l’affitto delle fronde dei gelsi, delle castagne e degli erbaggi (5%) e da ultimo le "processioni de morti, litanie, messe et altre opere pie" (3%). Il tutto formava in media un introito annuo di poco più di 205 scudi romani. Le spese se ne andavano per più della metà per vitto e vestiario, quasi un quarto per i lavori di restauro e di riparo del convento ed il resto per le contribuzioni (alla chiesa di San Giovanni in Laterano, alla mensa vescovile, alla corte principale di Cariati, al padre ed al Capitolo provinciale), per le spese di culto ( cera, incenso, olio per le lampade ecc.) e per le suppellettili di casa. Complessivamente ad una spesa media annua, calcolata negli ultimi sei anni, di circa 105 scudi corrispondeva un’entrata di circa 205 scudi, con un attivo quindi di quasi 100 scudi. L’attivo era reso più evidente dal fatto che gli estensori, evidentemente nel tentativo di sfuggire alla chiusura, avevano calcolato le spese di vitto solo per un frate, mentre nella relazione ne figuravano quattro.

Chiusura, riapertura, soppressione.

In esecuzione della Costituzione di Innocenzo X il 24 ottobre 1652 veniva emanato l’elenco dei piccoli conventi domenicani da chiudere e tra questi vi era anche quello di Verzino4. Non passerà tuttavia molto tempo che esso riaprirà, anche se sarà soggetto alla giurisdizione ed alla visita vescovile. Così si esprime in una sua relazione il vescovo Geronimo Barzellino (1664 - 1688) : Nelle due diocesi ci sono solamente quattro piccoli conventi maschili, dei quali tre sia per le poche rendite o per non aver sei religiosi , sono sotto la mia giurisdizione, il rimanente pur avendo sei religiosi, ma non di matura e provata vita, come richiesto dalla bolla di Innocenzo X, è anch’esso soggetto all’ordinario5. Il monastero rimase più o meno nella stessa maniera ed abitato da due o tre frati per tutto il Settecento. All’inizio del Settecento, tra il 1726 ed il 1729, ospitò il cosentino Domenico Longo, conoscitore di varie lingue, erudito nelle sacre scritture e valente predicatore6. All’atto di soppressione, avvenuta ai primi dell’Ottocento durante il Decennio francese, ospitava solo un sacerdote ed un laico7. Soppresso il convento rimase la piccola chiesa che, come si legge in un recente scritto di Pericle Maone, è stata anni fa restaurata, "perdendo le cappelle laterali e tutto quanto potesse ricordare i tempi andati. Sul suo frontespizio è rimasto unico retaggio, uno stemma: un leone affrontato ad un albero che sembra una quercia".

Il convento in una descrizione di metà Settecento

Nell’apprezzo della terra di Verzino compilato nel 1760 dall’Ing. tavolario Giuseppe Pollio troviamo una descrizione dettagliata del convento. "Vi è nella med. Terra un convento de’ PP. Domenicani, che trovasi sito nel piano detto il Campo poco distante dal Palazzo Baronale; tiene la sua porta verso detto largo per cui si entra in un picciolo coverto, in testa del quale vi è la Congregazione de’ laici sotto il titolo della Beata Vergine del Rosario, consistente d’un bel comodo Vaso col pavimento di mattoni, covertura di tavole liscie dipinte con tetto al di sopra, nei lati vi sono i sedili con spalliere di tavole per i fratelli in tempo tengono Congregazione, ed in testa vi è l’altare ben ordinato con suo quadro, e cona dipinta, questa congregazione viene mantenuta colle mesate, che pagano i fratelli, e sorelle laici, con quali non solamente la forniscono di tutt’i suppellettili necessari, ma eziandio vi sostengono la messa ne’ giorni festivi, ed anco de’ suffragi per i fratelli e sorelle defunti, essendovi il jus della sepoltura. Si esce poi dal cennato piccolo coverto da man sinistra nel chiostro ben grande tutto scoverto, ma rustico con cisterna nel mezzo, a man destra di esso, vi è un vacuo per magazzino, nell’angolo di detto lato vi è grada di fabbrica nuova fatta, accosto essa vi è porta, che per grada di fabbrica con quattro scalini si cala nell’officina della cucina, refettorio, e cantina. Salendo per la cennata grada nuova mediante dieci gradi si ascende al primo ballaturo, a destra vi è porta, d’onde si passa in un corridoro antico col pavimento di mattoni, e covertura di tavole liscie, lateralmente vi sono cinque celle, il camerino per li comuni, ed a sinistra vi è luogo dove stan situate due campane, indi siegue la grada, e dal cennato ballatoro con 14 gradi s’impiana nell’altro piano nuovo consistente di un corridoro astricato nel suolo, con covertura di tavole liscie, ed il tutto coverto al di sopra con tetti. Vi sono quattro stanze per comodo de’ PP. Con tutto il bisognevole, essendovi alligato un poco di giardino, ed ortolizio, che li sta alle spalle, e questo serve per uso dell’istesso convento. La chiesa poicché trovasi accosto, e laterale al descritto chiostro tiene parimenti la porta verso il cennato spiazzo detto il Campo esposta a tramontana, per la quale si entra in una nave ben grande col pavimento lastricato, e covertura di tavole liscie dipinte, con tetto al di sopra. In testa della nave vi è l’Altare mag. col quadro della B. Vergine del Rosario, con due altari laterali. A sinistra dell’entrare in faccia al muro vi sono cinque cappelle, la prima, che ave il suo fondato sotto il titolo della B. Vergine del Rosario, ch’è antica. La seconda sotto il titolo di S. Vincenzo Ferreri, essendovi la sua statua. La terza sotto il titolo di S. Domenico. La quarta sotto il titolo della Vergine SS. della Concezione de’ Paesani detta di suor Orsola della città di Napoli, ch’è cappella gentilizia del mag.co Antonio Giuranda, dotata di alcune possessioni, della di cui rendita se ne celebrano tante messe, quanto ne sono capienti alla ragione di grana dieci l’una, e la quinta, che parimenti ave il suo fondato con ferriato avanti, sotto il titolo di S. Giuseppe, è gentilizia del Duca di detta terra di Verzino, avendoci la propria sepoltura, ma di niuna rendita è dotata. Nel lato destro vi sono altre cinque cappelle, delle quali la prima entrando sotto il titolo della Circoncisione del Signore. La seconda sotto il titolo di S. Rosa ius patronato di Alessio Izzolino, di cui è propria la sepoltura. La terza sotto il titolo del SS. Sagramento della famiglia Tibaldi. La quarta parimenti sotto il titolo della Beata V. del Rosario; e la quinta del SS. Crocifisso anco gentilizia di don Antonio Giuranda, e delle due cennate cappelle laterali all’Altare Maggiore quella in cornu evangeli ha il titolo di S. Giacinto, e quella in cornu epistole di S. Maria del Campo gentilizia della casa Magari. Tutte dette cappelle hanno i di loro quadri con suppellettili, e dietro l’altare maggiore predetto vi è la sacrestia con stipi, e banconi, dove li RR. PP. Conservano tutti li vasi, vesti, ed ornamenti necessari, che bisognano al buon culto, e mantenimento di detta chiesa. Al presente il convento predetto sostiene tre PP. Sacerdoti, un laico, ed un figliuolo per la cucina, con 5 garzoni per loro servizio, e del convento predetto.La sua entrata ascende ad annui ducati 400 in circa, che si compongono di varii stabili, e censi tanto ordinarii, quanto estraordinari, e con essi deve soddisfare i pesi così del vitto necessario per detti PP., come della celegrazione di 21 messe il mese, d’annui ducati 12 di bonatenenza, e le spese per le feste del SS. Rosario e S. Vincenzo Ferreri,facendo essi anche la processione. In detta chiesa dicesi il rosario da’ cittadini, e v’intervengono assistiti da detti PP. 3 giorni di ogni settimana, oltre il farsi tutte quelle annuali funzioni, che la Santa Chiesa precetta".


venerdì 9 gennaio 2009

Verzino kr-I cullurelli

Ingredienti: pasta lievitata, farina di grano tenero, olio
Si impasta la farina con la pasta lievitata, l’acqua e il sale, fino a farla diventare morbida e si lascia lievitare nuovamente per alcune ore. Appena pronta, si mette sul fuoco una grossissima padella con abbondante olio. Fatto bollente, vi si versano i grossi pezzi di pasta sciorinati in tante ciambelle.
Si mangiano caldi, volendo, spolverati di zucchero.

Verzino kr-I crustuli

Ingredienti: farina di grano duro, olio, vino, miele, buccia di mandarino.Si mettono le parti liquide in una casseruola e si portano quasi ad ebollizione. Si toglie la pentola dal fuoco e si aggiunge la farina, tanto quanto l’impasto se ne prende, un po' di zucchero e un pizzico di sale. Il tutto si taglia a pezzi dai quali si ricavano bastoncini di 5 o 6 centimetri che, premuti sulla superficie di un cestello, assumono la forma di grossi gnocchi. Questi, poi, vengono fritti in olio abbondante e bollente. Ancora caldi si immergono nel miele e si aromatizzano con cannella, bucce di mandarino e di limone finemente tritate.
http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

A carne ‘ncantarata

Ingredienti: cotenna di maiale, pezzi di carne, sale.Disporre le cotenne e la carne di maiale non utilizzata per gli insaccati in un grosso tinello e cospargere di sale. Coprire con un canovaccio e tenere in luogo fresco. Verso la primavera si può dissalare la quantità voluta e cuocerla in un sugo di pomodoro aromatizzato.
http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

I piparogni salati cu felle i pimadori virdi

Nel periodo della luna calante, si raccolgono peperoni e pomodori verdi. Si puliscono, si tagliano a metà, si dispongono a strati in un tinello di legno o di terracotta. Si sparge sale grosso, aglio, fiori di finocchio e si continua fino a riempire il contenitore. Si coprono con un disco di legno e si premono con una pietra levigata e pesante. Quando si desidera mangiarli se ne prende la giusta quantità e vengono fritti con patate ed olive nere.
http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

A minerra cu cicorie o finocchi, patate e suraca

Ingredienti: cicoria o finocchi, fagioli, patate, sedano, sale, olio.Cuocere la cicoria o i finocchi con le patate. A cottura ultimata aggiungere i fagioli cotti a parte e condire il tutto con olio e sale.
http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

A pasta a ferretti

Ingredienti: farina di grano duro, uova, sale, acqua.Sulla spianatoia setacciare la farina a fontana, nel centro rompere le uova e versare dell’acqua. Il composto deve risultare una pasta omogenea e compatta. Allungare la pasta fino a formare pezzetti di dieci centimetri circa, arrotolarli ad un ferro da calze e strofinarli sul tavolo formando dei fusilli. Sfilarli, stenderli su un canovaccio di canapa e lasciarli asciugare.Condire con sugo di carne ed abbondante formaggio grattugiato o ricotta indurita.

A pasta grattata

Ingredienti: farina, uova, sale, brodo o sugo di pomodoro.Impastare mezzo chilo di farina, tre uova e un pizzico di sale. Ottenuto un impasto duro, grattugiarlo. Cuocere la pasta ottenuta nel brodo o nel sugo di pomodoro.

martedì 6 gennaio 2009

Ciciari e maccarruni

Ingredienti: ceci secchi, tagliatelle caserecce, pomodori pelati, prezzemolo, aglio, olio, sale.Cuocere i ceci nella “pignata”, dopo averli tenuti a mollo una notte intera. Una volta cotti, condire con il sughetto di pomodoro precedentemente preparato, aggiungere le tagliatelle fatte in casa e lasciare insaporire il tutto a fuoco lento per alcuni minuti.Versare nei piatti e cospargere di formaggio.
http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

U panicottellu

Ingredienti: pane, alloro, aglio, prezzemolo, sale, olioTagliare pezzetti di pane indurito e lasciare cuocere in poca acqua con qualche foglia di alloro, aglio, prezzemolo, sale, olio.

A ‘mpanata

Ingredienti: Pane, siero, ricottaMettere del pane tagliato a pezzetti in una zuppiera di legno. Versarvi sopra il siero caldo. Il siero che non è stato assorbito dal pane deve essere tolto e al suo posto viene aggiunta la ricotta.
http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

A pitta ccu ri sarde

Ingredienti: Pasta lievitata, sarde salate con peperoni rossi, olio.Stendere la pasta sulla spianatoia, versarvi le sarde con i peperoni, l’olio. Amalgamare bene il tutto. Unire gli orli della pasta e chiuderli con le dita. Formare una ciambella e disporla su una teglia con olio. Infornare ad alta temperatura.
http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

A pitta ccu ri risimugli

Ingredienti: pasta lievitata, ciccioli, uova.Stendere la pasta sulla spianatoia e con le dita lavorarla formando delle cavità. Versarvi sopra i ciccioli e le uova sguazzate. Unire gli orli e formare una ciambella. Mettere in una teglia ed infornare ad alta temperatura. Mangiare preferibilmente calda.
http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

A minerra du vernu

Ingredienti: cavolo, patate, pepe nero, alloro, sale, olio, pezzetti di pancetta.Lavare bene il cavolo, sbucciare un chilo di patate e tagliarle a pezzi, versare il tutto in una pentola con acqua e foglie di alloro e pezzi di pancetta e mettere a bollire sul fuoco. A fine cottura aggiungere il condimento: pepe, sale, olio.
http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

A Fresa

Ingredienti: pancetta di maiale fresca o conservata, salsiccia, peperoni arrostiti, pane casereccio.Dopo aver preparato la brace, si taglia un pane trasversalmente in due dischi, su di uno vengono versati i peperoni arrostiti e conditi con il sale, sull’altro si lascia gocciolare il condimento che viene fuori dalla pancetta e dalla salsiccia infilati allo spiedo e cotti sulla brace. Affinché il pane si impregni del condimento, la salsiccia e la pancetta vengono compresse tra le due parti.
http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

lunedì 5 gennaio 2009

U suffrittu du porcu

Ingredienti: carne di maiale, pepe rosso, foglie di alloro, fiori di finocchio, vino, sale, acqua quanto basta.Tagliare a pezzetti la carne di maiale, preferibilmente la parte del collo, versare in una padella con un po’ d’acqua e fare soffriggere mescolando continuamente, cospargere di vino e poi farlo lentamente evaporare. Continuare la cottura aggiungendo qualche foglia d’alloro, pochi fiori di finocchio, sale e pepe rosso o peperoncino piccante.

U frattu

Ingredienti: fave secche, cotenna di maiale.Sbucciare e mettere a mollo le favi per una notte. Il giorno successivo si versano insieme con la cotenna di maiale fatta a pezzi nella “pignata” e si cuociono accanto alle braci. La cottura deve essere lenta. Alla fine si otterrà una crema che verrà versata sui crostini di pane.

Verzino kr-Guestbook-Libro degli Ospiti

Lascia un commento: scrivi quello che vuoi per testimoniare il tuo passaggio su VerzinoKr

U ‘mbullitu i porcu

Ingredienti: ossa di maiale, pomodoro, alloro, cipolle, pasta, formaggio pecorino.Le ossa, scarnite, si mettono a bollire in abbondante acqua. Raggiunta l’ebollizione si schiuma il brodo e si aggiunge qualche pomodoro pelato, qualche foglia d’alloro, una cipolla. Cotto il brodo, vi si versa della pasta spezzata, precedentemente cotta a parte, e si lascia insaporire. Versato il tutto nei piatti, si cosparge di formaggio pecorino.
http://www.galkroton.it/verzino/default.asp

domenica 4 gennaio 2009

Le ricette

I cibi di un tempo erano semplici e poco elaborati. Le varie pietanze, prevalentemente a base di verdure, legumi, latticini e maiale, venivano versate in un unico piatto comune.E, solo dopo che il padrone di casa aveva dato il proprio assenso, si poteva iniziare ad attingere da questa grande scodella posta al centro della tavola. I diversi gustosi cibi preparati dalle esperte massaie adornavano la tavola, però, solo di sera, quando stanco il contadino tornava dai campi, e di domenica quando, per santificare il giorno del Signore, si restava a casa e si andava a Messa. I restanti pasti, invece, consistenti nella “spisa”, venivano consumati tra i campi a suon di musica, di canti e di un buon vino. Per la preparazione di questi pranzi frugali si usavano, di solito, le conserve: salsicce, soppressate, lardo, sarde e peperoni salati ecc. I vari condimenti venivano riposti in un pane, naturalmente fatto in casa, scavato centralmente.

sabato 3 gennaio 2009

Verzino kr-Verzino

Lasciando la statale 106 alle spalle e avventurandosi oltre un ponte stretto e cadente, si apre alla vista una tortuosa strada adornata da numerose ginestre e da infiniti oliveti. Dopo circa mezz’ora di curve e tornanti, ecco che, dall’alto “da cruce di tre arie”, spunta Verzino. Piccolo paese della provincia di Crotone, abbarbicato su una spaziosa collina circondata da uliveti, da schiere di ginestre, da fichi d’india e querce secolari.Proseguendo si giunge, senza fatica, all’interno del centro abitato, nella piazza principale: Piazza Campo. Qui confluiscono tutte le strade più importanti del piccolo comune.Accanto a questa si apre un’altra piazza di costruzione recente, al disotto della quale dimorano le botteghe artigiane e una sala convegni.Per scoprire il resto del paese, bisogna affidarsi a qualcuno del luogo che sappia e conosca ciò che ancora l’uomo non ha deturpato. Trovata la guida e salendo verso “U Spirune”, la parte più antica, sulla sinistra si nota, imponente, l’antico Palazzo ducale. Costruzione di notevole interesse storico-artistico risalente al XVII sec. Si ritiene sia stato realizzato dal Duca Nicolò Cortese nella seconda metà del 1600 e successivamente abitato da diverse famiglie: Cortese, Barberio-Toscano..., per ultimo dagli Anania e da questi poi venduto al Comune. L’impianto primitivo, centrato su un cortile rettangolare che ospitava un pozzo, era composto da tre piani, ma nell’800, l’ultimo, venne eliminato e con i materiali di risulta furono costruite alcune case ad esso adiacenti. Negli anni ’50 fu realizzata la torre con l’orologio. Negli anni ’60 venne interrato il pozzo del cortile. Tra il 1975 ed il 1980 fu ricostruito il tetto e si operò una diversa ripartizione degli spazi interni eliminando alcuni archi e motivi architettonici di valore. Oggi il palazzo si presenta con un assetto e con proporzioni notevolmente modificate rispetto alla sua “facies” originaria, a causa di numerose ristrutturazioni inappropriate. Tinteggiato di quarzo arancione ha perso ogni fascino. L’imponente portone sul quale torreggia lo stemma dei Cortese, ci introduce in una corte cementata, su cui si affacciano varie finestre e da cui partono due scalinate che conducono ai piani superiori. Il tutto abbandonato a se stesso. Continuando a salire, si giunge nella parte vecchia di Verzino, dove, è ancora possibile ammirare case in pietra e calce, adornate da volte, strettissime stradine collegate da archi e, in una piccola piazzola, la Chiesa Madre.Pochissime e contraddittorie sono le notizie sulla Chiesa di S. Maria Assunta. E’ una lapide, posta all’interno della stessa, a rivelarci che, nel 1686, il vescovo di Cerenzia e Cariati, il napoletano Mons. Gerolamo Barzellino, fece abbattere la vecchia chiesa, nata su un “alto e precipitoso clivo” ed edificare questa “in un luogo pianeggiante”. Per la nuova costruzione venne riutilizzato il materiale del tempio sacro demolito. Dopo i vari interventi di maldestra ristrutturazione (cordoli in cemento, intonaci, tinteggiature) susseguitisi nel corso degli anni, solo adesso, dopo un accurato restauro di circa 7 anni, la chiesa di S. Maria Assunta ha ritrovato l’antico splendore. Nel 1984 la Soprintendenza per i beni ambientali, architettonici ed artistici, ha riconosciuto il valore artistico-storico di questo monumento. La facciata in tufo, decorata da due portali di epoca posteriore, si affaccia su una piccola piazza. La pianta è abbastanza regolare e riconducibile all’impianto basilicale romanico. Il soffitto a capriate, totalmente in legno, contempla dall’alto, le tre navate divise da archi. Le due laterali presentano, nella parte finale, due cappelle con altari, uno in gesso, l’altro in pietra. La navata centrale ha un altare marmoreo dietro il quale la sagrestia ha preso il posto del coro. Il piano interrato, invece, ospita l’antico cimitero.Usciti dalla chiesa, si scende nel centro del paese, per poi proseguire verso la parte alta “Serre Pinnute”, dove è possibile ammirare, sul lato destro del ponte(da Tinella) che divide le due zone, una serie di grotte che, nella notte dei tempi, secondo alcuni, erano abitate dal popolo di Verzino.Ai confini del centro abitato la natura regna ancora sovrana; posti incantevoli da non dimenticare di visitare sono: la piccola oasi della fiumara Vitravo, ricca di verde e cascate d’acqua, il fiume di sale, le grotte carsiche. Queste ultime interessano un vasto territorio. Dalla relazione stilata da un gruppo di speleologi, apprendiamo la struttura interna delle grotte e i particolari e pittoreschi nomi assegnati alle varie “sale”. E’ stata battezzata La grotta dello Stige, la cavità iniziale che per prima incuriosisce il visitatore. “Attraversando la Sala del Fico (così chiamata per la presenza del fico all’ingresso della grotta) si giunge, attraverso un cunicolo, alla Sala della Cupola o dello Scudo (così detta per la forma a cupola che presenta la cavità e per la presenza nella volta di un’impronta a forma di scudo).
Una serie di laghetti, allo stato attuale attraversabili solo con canotto, immettono nella Galleria delle Marmette, laddove dei suggestivi specchi d’acqua e delle cascatelle portano alla Sala dell’Incontro dove vi è la confluenza di due ruscelli. Gli abitatori di queste grotte sono anch’essi interessanti dal punto di vista biologico, è stata vista un’anguilla nera, due tipi di pipistrelli, alcuni piccoli col petto bianco, una rana rossa, rara per queste latitudini”.

venerdì 2 gennaio 2009

Parole quasi in dissuso

Affinché gli antichi suoni, carichi di significato e di oggetti lontani, forse dimenticati, non vadano perduti:
A banca La tavola
A cunchetta Casseruola di rame
A lampa La lampada ad olio
A limma Recipiente di terracotta
A minzinella Fazzoletto per la notte
A paricchiara Fune robusta fatta con peli di capra o di altro animale
A stifa Contenitore di legno
Ambrata Filo spinato
Appuzzare Bere direttamente senza bicchiere
Bardanella Telone
Bardu Secchio
Brocca Forchetta
Cantamuro Grossa pietra
Carcarazzo Cuculo
Casciune Cassone per il grano
Catarattu Botola
Catoio Magazzinoo
Chianca Macelleria
Chiatra Grossa pietra
Chiattilla Pipistrello
Cibbia Vasca
Ciminea Camino
Cropio Stallatico
Curria Cinghia
Cuticchjopiccola pietra
Cuvercia Formica
Cuzzupa Dolce pasquale
Fadale Grembiule
Farinazzo Grusca
Frissura Padella
Frittula Cotenna
Gaccia Ascia
Grasta Vaso per piante
Guttari Perdita d’acqua piovana
Iettabannu Banditore
Jnorra Ginestra
Lucisu Fuoco
Maccaturu Fazzoletto
Mailla Madia
Maruche Lumache
Maruggiu Il palo che sostiene gli arnesi di lavoro
Mattulu Balla di fieno
Mera Guarda
Merula Merlo
‘Mmastaru Sellaio
‘Mmastu Sella
‘Mmucatu Ammuffito
Petuli Frittelle di farina
Pracca Lardo
Purcellu Maiale
Quadiata Riscaldata
Rapinante Falco
Rinale Vaso da notte
Rucciuli Lacci delle scarpe
Rucculu Lamento
Sarcinella Fascio di frasche
Fascina Grossa fune
Sbracato Persona in disordine
Sciartu Cravatta
Scifu Mangiatoia per i maiali
Spitu Spiedo
Sporta Cesta
Sramato Soffitto
Suraca Fagioli
Tappina Pantofole
Tirantuli Bretelle
Trappito Frantoio
Varrilara Poggia barili
Vertula Bisaccia
Vitrune Damigiana
Vuda Giunco
Zicu Poco
Zimmaru Il becco(maschio della capra)
Zinzulo Strofinaccio
Zuco strumento rudimentale

Se qualcuno vuole aggiungere altri termini dialettali spediteli a: verzinokr@libero.it

Detti

Capilli e guai u mancanu mai Capelli e guai non mancano mai

Chini simina spini sa di quazari forti Chi semina spine deve stare attento

Chine nescia quatru un mora tunnu Chi nasce quadrato non muore tondo

Pecura nigura pecura janca chine mora mora chine campa campa Pecora nera pecora bianca chi muore muore chi vive vive

A gallina fa l’ova eru gallu si juscaLa gallina fa le uova ed il gallo si irrita

E’ megliu na vutta i vinu ca nu tavulinu E’ meglio una botte di vino che un tavolino

E’ finitu u vinu è finitu l’amuri E’ finito il vino è finito l’amore

I jestime su fasulle chine i dicia si i ripiglia Le bestemmie sono fasulle chi le dice se le riprende

Gricali o gricalino ottu jurni o quinnicina Vento grecale dura otto giorni o quindici

L’acqua vulla e ru porcu è ara muntagna L’acqua bolle e il maiale è sulla montagna

I guai da pignata i sa a cucchiara ca rimina I guai della pentola li conosce solo il mestolo che vi gira dentro

Quannu u ciucciu un bò vivari a voglia ca frischi Quando l’asino non vuole bere è inutile fischiare

Prima i Natali né friddu né fami, i Natali avanti moranu i fanti Prima di Natale né freddo né fame, dopo Natale muoiono i fanti

U populu ti liza e u popupu ti jetta Il popolo ti innalza e il popolo di distrugge

A cuda è forte a scurciare La coda è difficile da spellare

Ha pirdutu l’occhi e ba cercannu i pinnulari Ha perduto gli occhi e cerca le ciglia

Chini rida i vennari ciangia i duminica Chi ride di venerdì piange di domenica

U sule a chine vida scraffa Il sole a chi vede riscalda

giovedì 1 gennaio 2009

Giochi del passato

Come giocavono i nostri padri e i nostri nonni.


Per la strada, tra i vicoli, lungo i margini delle case, con le mani ricolme non già di giochi pronti ma solo di tanta fantasia, così si divertivano i nostri avi.

Giochi maschili

“A ra staccia”
Venivano raccolti dei pezzi di tegola della stessa dimensione ed arrotondati. Tranne lo “staccino”, che era più piccolo, le altre “staccie” dovevano essere di pari grandezza. Questi piccoli sassolini detti, appunto, “staccie” rappresentavano le primitive bocce.
“A ri cocule”
Una volta raccolte “i cocule”, parassiti della quercia, venivano fatte sul terreno 5 piccole buche e venivano numerate. I ragazzi si ponevano ad una certa distanza da esse e cercavano di mandare “i cocule”, secondo l’ordine numerico, nelle varie buche.

“A ra mazza e ru sbrigliu”
“A mazza” era un pezzo di legno lungo 50 cm, “u sbrigliu”, sempre di legno, era appuntito da entrambi i lati e lungo circa 20cm. Uno dei giocatori, ponendosi al centro di un cerchio, disegnato sul terreno, cercava di lanciare “u sbrigliu” con “a mazza” il più lontano possibile. L’avversario doveva ritrovare “u sbrigliu” e lanciarlo nel cerchio, se il lanciatore riusciva a riprendere “u sbriglio”e a lanciarlo lontano, si contavano i punti in base a quante mazze c’erano dal luogo in cui lo sbriglio era caduto fino al cerchio. Ricorda il gioco americano del baseball.

“U scaffu”
A turno ciascun ragazzo si poneva di spalle rispetto al gruppo degli amici tenendo la mano sinistra sotto l’ascella destra e l’altra a mo’ di paraocchi sul viso. Se riusciva a riconoscere lo schiaffeggiatore, quest’ultimo era obbligato a prendere il suo posto. Contrariamente continuava a sottoporsi ai tiri del gruppo.

Giochi femminili
“A petrilli”
Raccolte 5 pietre di forma rotonda, venivano poste a terra. Ciascuna ragazza doveva cercare di prendere un pietra da terra, buttarla in aria ed afferrare una seconda pietra senza lasciare cadere la prima. Via via il gioco diventava sempre più difficile perché bisognava gettare in aria la pietra e cercare di prenderne da terra 2 insieme. Il gioco proseguiva fino a quando la più agile riusciva a raccogliere tutte e cinque le pietre senza lasciarne cadere neanche una.
“A naca”
Legate le estremità di un filo di circa 50 cm veniva preso tra le mani e, giocando con le dita, una ragazza dava vita ad una forma geometrica, l’amica doveva riuscire a prendere il filo fra le sue dita, creando un’altra forma senza, però, ingarbugliare il filo.

“Tutù cambia posto”
Un gruppo di ragazze si posizionavano in vari luoghi della strada e dovevano restare immobili fino a quando una di loro gridava “tutù cambia posto”; a questo punto dovevano spostarsi cercando di non farsi toccare dall’amica, chi veniva toccata doveva prendere il posto della compagna.




Post più popolari

Il Meteo a Verzino

MONDO